Tra i pezzi di inestimabile valore storico e artistico conservati
nel museo, ci sono le lastre dipinte della cosiddetta Tomba del
Tuffatore, unico esempio di pittura di età greca della Magna Grecia.
È una sepoltura a lastroni, chiusa da una copertura piana, con
affreschi sulle pareti interne. Sulla lastra di copertura è dipinto
un uomo che si tuffa in acqua: il tuffo simboleggia il passaggio
dalla vita alla morte.
La decorazione dipinta della tomba detta del tuffatore, trovata nel
1968, illustra un grande momento della pittura greca, verso il 480
a.C., caratterizzata dallo stesso spirito dei pittori vascolari
dello stile severo.
Sulle quattro lastre, che costituiscono le parti della cassa, sono
rappresentate scene tradizionali di simposio e di banchetto (lati
lunghi nord e sud) e personaggi in cammino (lati brevi est ed
ovest); la scena principale sul coperchio evoca un paesaggio marino
dove le ondulazioni fanno sentire un fremito della superficie
dell'acqua, mentre il tuffatore è colto in pieno volo, in un
movimento di grande eleganza.
I personaggi dei banchetti, a gruppi di due, sono presentati con
grande vivacità in diverse posizioni: mentre giocano al cottabo,
suonano la cetra o il dìaulos, ed allungati o seduti sui letti
conversano animosamente.
I movimenti si distribuiscono da un gruppo all'altro attraverso le
posizioni dei corpi, con i busti mostrati in tre quarti ed in
completa torsione, i volti animati da intense espressioni.
Il pittore ha utilizzato la tecnica a tempera con il procedimento
della sinopia, su di un intonaco di calce e sabbia, applicato in due
strati dei quali il più sottile, in superficie, ben levigato e
liscio, contiene anche una polvere di marmo che gli conferisce
brillantezza e consistenza.
Queste pitture permettono di osservare le relazioni che uniscono
artisti ed artigiani, pittori e decoratori di vasi. Due degli
elementi essenziali della creazione pittorica sono allora pienamente
padroneggianti: il disegno ed il volume dei corpi.
Le Tombe dipinte del IV secolo a.C.
L'uso delle tombe dipinte si afferma a Paestum in modo assai diffuso
nel IV secolo a.C., durante il dominio lucano. A questa epoca risale
la ricchissima raccolta di pitture funerarie del museo. Si tratta di
lastre affrescate: le più antiche sono decorate solo nella parte
centrale, con fasce, corone, bende o rami; in seguito si afferma
l'uso di vere e proprie scene figurate per le tombe maschili (prevalentemente
guerrieri a cavallo con elmo e corazza) e di elementi decorativi per
quelle femminili.
Note
Sinopia:
Propriamente ocra rossa, il cui nome deriva dalla città di Sinope
nel Ponto, in cui fu trovata per la prima volta. Lo stesso termine
indica lo schizzo di un disegno eseguito con lo stesso colore.
Gioco del cottabo:
Gioco molto in voga presso i Greci e gli Etruschi, e che noi
conosciamo dalle descrizioni lasciateci dagli antichi, delle
rappresentazioni vascolari e da vari esemplari, rinvenuti negli
scavi, dello strumento che serviva per giocare e si chiamava
anch'esso cottabo.
Alceo e Anacreonte ne parlano già nel sec. VI a.C. Si vede
frequentemente nelle scene di banchetto dipinte su vasi a figure
rosse: esso era infatti il passatempo preferito dalla gioventù
ateniese, specialmente durante i conviti.
La passione per questo gioco predominò nel suo paese d'origine, la
Sicilia. Le fonti parlano di due tipi di cottabo:
1) Consisteva nel lanciare alcune gocce di vino rimaste nel fondo
della tazza contro dei piccoli vasi messi a galleggiare in un
recipiente pieno d'acqua: chi ne colpiva il maggior numero diveniva
vincitore, e come premio ne riceveva uova, farina, dolci o presagi,
specie in amore.
2) Descritto da Antifone è composto da tre parti: un'asta verticale
di lunghezza variabile (m.1.30-2) assottigliato in alto, di cui
un'estremità è fissa sopra una base pesante. Sull'estremità
superiore è posto in bilico un dischetto. A mezz'asta è infilato un
secondo disco più grande, sostenuto da una ghiera fissa o da un
anello scorrevole. Il giocatore lanciava della libazione contro il
piattello in bilico che doveva cadere nel manes (il disco centrale).
Il gioco del cottabo continuò ancora nel III sec. a.C. poi cadde in
disuso. I Romani non lo hanno conosciuto.